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 Redazione settembre 3rd, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo una lettera inviata alla Redazione dal Comitato Cittadino per la Legalità
In merito alla risposta all'interrogazione al Sindaco Basso pubblicata su La STAMPA il 3.9.010
Ancora una volta, dal Comune di Diano Marina e dalla società G.M. sono arrivate risposte evasive. Sul caso Dotta, ad esempio, per il quale avevamo interpellato i due enti: nulla si dice su eventuali compensi. Per questo giriamo la domanda al presidente del collegio sindacale, il dottor Paolo Bruno, che ha il compito di vigilare sulla regolarità amministrativa della G.M Spa.
Invece sul caso dell’assessore Al Beik invitiamo il sindaco Angelo Basso a controllare meglio il calendario delle assenze.
Per quanto concerne il periodo nel quale Andrea Guglieri era sindaco di Diano Marina: è vero che per una parte della settimana si trovava a Roma (all’epoca era senatore della Repubblica, ndr), ma, per tutta la settimana, non percepiva un solo centesimo di lira dall’Amministrazione comunale di Diano Marina.
ANDREA GUGLIERI, MARCO GHIRELLI, PRIMO BONIFAZIO
PD, DIANO MARINA
 Redazione settembre 1st, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo una lettera aperta inviata alla Redazione dal Comitato Cittadino per la Legalità
I sottoscritti Andrea Guglieri, Primo Bonifazio, Gerolamo Bisso
interrogano il Sindaco per conoscere:
A) Se corrisponde a verità che un certo sig. Dotta è incaricato a ritirare gli incassi delle spiagge gestite dalla G.M. Spa, con il compito di versarli in Banca. Se ciò è vero a quale titolo e con quale emolumento? e, per quali motivi non viene utilizzato uno dei tanti addetti e/o impiegati della società di gestione assoggettata al controllo comunale?
B) Risponde a verità che l'assessore Al Beik Ahmed non dimora a Diano per alcuni mesi dell'anno? Se vero, si chiede, se ciò è compatibile con le funzioni di assessore all'edilizia privata e servizi sociali.
Diano Marina, 31.08.2010
Dott. Andrea Guglieri, Primo Bonifazio, Gerolamo Bisso
 Redazione agosto 22nd, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo una lettera aperta inviata alla Redazione dal Comitato Cittadino per la Legalità
Abbiamo letto sulla “Stampa” l'intervento del dott. Paolo Bruno, che non può sostituire quello del Segretario comunale. Nulla di nuovo, se non cose risapute o precisazioni formali che non scalfiscono la sostanza. Come revisore unico del Comune ci saremmo aspettati una presa di posizione su fatti già elencati (da parte G.M) che hanno creato e creano svantaggi alla collettività cittadina. Comprendiamo la difesa personale, meno le minacce. E' chiaro che, senza avere la presunzione di possedere la verità assoluta, la questione dovrà spostarsi ad altra sede.
Diano Marina, 21.08.010
Dott. On. Andrea Guglieri
Per il PD
Gerolamo Bisso
 Redazione agosto 21st, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo una lettera aperta inviata alla Redazione dal Comitato Cittadino per la Legalità
AL SEGRETARIO COMUNALE
di DIANO MARINA
Incompatibilità revisore dei conti
La S.V. È certamente a conoscenza che, a parere di chi scrive, esiste una incompatibilità tra la figura del revisore dei conti della G.M. e quella identica del Comune. L'art. 236 della legge 18 agosto 2000, n. 267 stabilisce che “valgono per i revisori le ipotesi di incompatibilità di cui al 1° comma dell'art. 2399 del Codice Civile”. Lo scopo è quello di eliminare i possibili conflitti di interesse tra l'organo controllante e quello controllato. Tra Comune e G.M. ne esistono molti ( fitti non pagati, opere a mare in difformità). Considerato che il Sindaco non vuole capire, poniamo alla S.V. che ha la responsabilità di tutelare la legalità dell'Ente i seguenti quesiti:
1°- come tale imbarazzante nomina sia stata possibile, tenuto conto, che vi erano altri validi candidati;
2° – Quali iniziative intende prendere per eliminare questa imbarazzante situazione;
3° – Quali conseguenze si potranno avere sulla validità e trasparenza dei bilanci approvati;
4° – Il regolamento previsto dallo Statuto Comunale all'art. 47, comma 2, stabilisce le cause di ineleggibilità e incompatibilità all'Ufficio di Revisore. Tutto ciò è stato puntualmente osservato?
Restiamo in attesa di una Sua cortese risposta
Diano Marina, 20.08.010
Dott. On. Andrea Guglieri
Per il PD Gerolamo Bisso
 Redazione agosto 18th, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo un articolo inviato alla Redazione dal Comitato Cittadino per la Legalità
Il Sindaco invitato a esprimere la vera motivazione che lo ha indotto a nominare lo stesso revisore dei conti sia per la G.M. sia per il Comune, si è lasciato andare ad esternazioni inconcludenti ed anche false, meritevoli di una risposta.
1°- Egli afferma che esiste una sentenza del Consiglio di Stato favorevole alla scelta operata, ma, nulla dice sulla specifica fattispecie, né cita la giurisprudenza contraria. L'art. 236 del T.U. sulla finanza locale riprende quanto già previsto dall'art. 2399 del Codice Civile sulle incompatibilità dei sindaci nelle spa. La ratio della norma è quella di assicurare che non si verifichino ipotesi di conflitto di interesse tra chi svolge funzioni di verifica dell'ente controllante e quello controllato. Purtroppo i conflitti di interesse tra Comune e G.M. sono numerosi: basti pensare a tutti i lavori in difformità alle norme edilizie operati dalla G.M. Su questo come su altre il revisore tace;
2°- Il Sindaco afferma che così è stato fatto per “mancanza di alternative” e per il “patto di stabilità”. Il patto non c'entra, visto che comunque il revisore , imposto per legge, è stato nominato.
La presunta “mancanza di alternative” è falsa e priva di fondamento perché altri candidati validi non politicizzati si sono offerti per ricoprire l'incarico. Con un minimo di buon senso si poteva evitare l'imbarazzo;
3°- Palavela – Che c'entra con il revisore? Sappiamo, invece, che il Sindaco prima lo ha fatto smontare e poi è lui che lo ha regalato come se fosse merce sua. L'eliminazione di una grande struttura per manifestazioni all'altezza di una città con turismo di massa fu un errore gravissimo, perché interruppe bruscamente il boom del turismo invernale e, in dieci anni, son andate perdute oltre duecentomila presenze turistiche. I dianesi, infine, forse male informati, devono sapere che il centro storico è stato finanziato per la maggior parte con contributi della Regione e con l'accensione di mutui e non già con la dismissione del palavela.
Diano Marina, 17.08.010
Dott. On. Andrea Guglieri Mimmo Bisso
 Redazione agosto 13th, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo il testo della Commissione Speciale Sanità riguardante la questione dell'Ospedale Unico o del Nuovo Ospedale per la provincia di Imperia (fonte circoloidvimperia)
Commissione Speciale Sanità
Ill.mo sig. Sindaco
Comune di Imperia.
La Commissione Sanità del Comune di Imperia, riunitasi nei giorni 5 e 6 agosto 2010, preso atto che la Regione Liguria si trova nella necessità di attuare, per le difficoltà di bilancio regionali e nazionali, un programma di riorganizzazione di tutti i servizi ospedalieri e territoriali, ivi compresi quelli della nostra Provincia, analizzate le linee del piano sanitario regionale circa la nostra ASL, stilate senza aver adeguatamente coinvolto le amministrazioni locali, ed in particolare esaminata la prevista differenziazione di funzioni tra gli Ospedali di Imperia e Sanremo, esprime forte contrarietà per le possibili ricadute negative in termini di efficienza e qualità del servizio per le nostre comunità.
La Commissione sanità di questo Comune ritiene in modo unanime che, senza aver preventivamente realizzato adeguata viabilità e sino al completamento delle nuove strutture sanitarie previste (ospedale nuovo che dovrà prevedere un DEA di 2° livello e non dovrà essere unico, soluzione che non ci trova d’accordo, poiché priverebbe il nostro comprensorio di indispensabili strutture e servizi per il buon funzionamento della rete ospedaliera provinciale, quali quelli necessari in loco per l’emergenza sanitaria palazzi della salute, elicottero per elisoccorso, macchine medicali attrezzate in congruo numero ….), debbano essere mantenuti e potenziati, con tutte le specialità sanitarie ad oggi presenti, gli attuali presidi ospedalieri sul territorio, c ome del resto previsto nell’accordo originario, senza creare accorpamenti (come ad esempio la concentrazione dei punti nascita in un’unica struttura a livello provinciale) o mutazioni poco funzionali e penalizzanti per la città di Imperia e, più in generale, per tutto il nostro Comprensorio.
Si prende atto delle mutate condizioni economiche generali, che impediscono espansioni, pur necessarie, di servizi, e per questo si chiede che venga riconosciuto alla nostra ASL lo sforzo compiuto da molti anni per garantire un buon servizio e mantenere il bilancio in ordine, come universalmente riconosciuto e certificato, e che venga assegnata, come giusto premio, la quota capitaria in linea con le altre ASL della Liguria.
Prima pertanto, che venga avviata qualsiasi modifica della situazione attuale consolidata, questa Commissione invita il Sindaco della Città di Imperia e l’Amministrazione tutta, a promuovere, in tempi rapidi, presso tutte le Amministrazioni locali interessate, un tavolo di concertazione per affrontare questi problemi onde poter dare un contributo alle analisi economiche e agli studi territoriali propedeutici a quanto sopra evidenziato, come previsto dallo stesso piano sanitario regionale, a chiedere con forza al Presidente della Giunta Regionale Claudio Burlando e all’assessore competente Claudio Montaldo di desistere nell’attuazione del piano così come presentato e a rendere partecipe il Direttore Generale dell’ASL Dr. Antonio Rossi, della nostra viva preoccupazione.
Imperia li, 12-08-2010
Il Presidente
I componenti la Commissione:
PDL – LEGA – PD – UDC – IDV – Sinistra per Imperia – RC – Lista civica con Imperia
 Redazione agosto 13th, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo un articolo inviato alla Redazione sal Dott. On. Andrea Guglieri e dal Dott. Marco Ghirelli
L'art. 236, comma 3 del Testo Unico sulla Finanza locale recita :” I componenti degli organi di revisione contabile non possono assumere incarichi o consulenze presso l'ente locale o presso organismi o istituzioni sottoposti al controllo o vigilanza dello stesso”. In termini pratici il professionista revisore contabile del comune (controllante) non può essere revisore contabile anche della G.M. Spa (controllata) per ovvii motivi. Eppure questo è accaduto a Diano dove il revisore del bilancio del comune è anche revisore del bilancio della G.M. Spa. Dopo – a nostro parere- l'illegittima proroga da parte del comune della convenzione (affitto di azienda) con la G.M. Spa senza procedura di evidenza pubblica, secondo la legge Ronchi ed altre vicende, non ci si può più stupire di nulla nei rapporti comune/G.M.
Va da sé che quest'ultima “ novità” potrà avere conseguenze non indifferenti non solo sul mero piano strettamente amministrativo …
A questo punto, però, il Sindaco, che non poteva non sapere, ha il dovere di fornire ai cittadini le reali motivazioni che hanno creato una situazione giuridica illegittima e, tutto sommato, anche puerile.
Dott. On. Andrea Guglieri Dott. Marco Ghirelli
 Redazione agosto 7th, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo un aritcolo apparso su Il Fatto Quotidiano il 6 Agosto 2010
Al via la convenzione delle Nazioni Unite che le bandisce, ma il governo di B. non firma
Il primo agosto la convenzione Onu ha legato le mani ad ogni paese del mondo. Proibito fabbricare, esportare e conservare in depositi più o meno segreti le bombe a grappolo, cluster munition. Polverizzano come le altre ma non è tutto: disperdono 150, 170 frammenti che non sono schegge qualsiasi, bensì trappole micidiali, colorate per incuriosire chi fruga fra le macerie o le ritrova fra l’erba dei campi. Appena sfiorate scoppiano “più efficaci delle mine-uomo”. Cambiano la vita e ogni anno a migliaia di bambini: chi muore e chi resta per sempre diverso. Gino Strada e la sua Emergency sono testimoni del disastro dell’Afghanistan: gambe artificiali paracadutate in territori pericolosi galleggiano nell’aria come fantasmi di plastica.
Il documento siglato da 30 paesi
Per rendere obbligatoria la convenzione internazionale proposta dal segretario Onu, Ban Ki-moon era necessaria l’adesione di almeno 30 governi. Gli ultimi a firmare “per senso di civiltà” sono stati Burkina Faso e Moldavia. L’Italia se ne è dimenticata. Come sempre Russia, Stati Uniti, Cina, Pakistan, Israele stanno a guardare con la diffidenza di chi non sopporta il moralismo fanatico dei pacifisti anche se Obama è impegnato in una moratoria che frena la deregulation del guerriero Bush. Proibisce l’esportazione delle armi non convenzionali (oltre alle clutser, missili al fosforo bianco, napalm, eccetera) con l’ordine di distruggere prima del 2018 gli 800 milioni di bombe a grappolo stoccate negli arsenali Usa.
Come mai l’Italia non ha firmato? Due anni fa, due nostri ministri a Oslo avevano appoggiato l’iniziativa. “Siamo tra i primi cento paesi a pretendere una guerra più umana”, morale che fa sorridere perché di umano nelle guerre non c’è niente, eppure sembrava un primo fiato di buona volontà. Ma se ne sono dimenticati. Tante le spiegazioni. Turbamenti politici che annegano la memoria o convenienza a non mettere in crisi le industrie delle armi che continuano a volare. Nel 2008 (ultimi numeri disponibili) il valore delle autorizzazioni concesse dal governo per vendere ad altri paesi carri armati, elicotteri, bombe di ogni tipo, missili e strumenti sofisticati d’attacco, era cresciuto del 35 per cento: 5,7 miliardi di euro. Tendenza confermata nel 2009. Fra un po’ sapremo quanti affari in più. La Turchia che schiaccia i curdi è il cliente d’oro: un miliardo e 93 milioni. Poi Francia e tanti paesi fra i quali Libia, il Venezuela di Chavez, Emirati Arabi Uniti, Oman, Kuwait, Nigeria. Le imprese autorizzate dal nostro ministero della Difesa sono 300. Tre le banche privilegiate nell’intermediazione: Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank e Societè Generale. In coda Banca Intesa ed Unicredit. Milioni di provvigioni da un passaggio all’altro. A parte la lista nera dei paesi ai quali è proibito vendere direttamente – anche se il gioco ambiguo delle triangolazioni funziona da quando Israele comprava in Europa ed esportava nel Sud Africa dell’embargo disegnato per sgonfiare il razzismo di stato – e a parte un elenco di governi che impongono semi libertà sdegnate dalla carte delle Nazioni Unite, ecco il macchiavello degli aiuti umanitari. Se l’ Italia o altre nazioni sono presenti per soccorrere la disperazione delle popolazioni, le armi scivolano senza suscitare censure.
Se nel Lazio si producessero ancora?
Armi italiane in Libia dove (Amnesty e Human Rights Watch) chi pretende libertà d’espressione, di associazione o di pensiero può essere condannato a morte. Per non parlare dell’accoglienza disumana ai profughi in fuga dalle dittature di Sudan ed Eritrea. Vendiamo alla Thailandia nella quale le camice rosse dell’ex presidente e l’esercito del presidente in carica si affrontano sconvolgendo città e campagne. A quali delle due fazioni vendiamo? Per non parlare di Arabia Saudita, Emirati, Oman dove le donne restano ombre clandestine. Human Rights fa sapere dei depositi di bombe a grappolo di casa nostra: “L’Italia continua a nasconderne la quantità”. Fra le imprese che hanno prodotto le cluster e non chiariscono se continuano e quante bombe ammucchiano in magazzino, c’è la Simmel Difesa di Colleferro. Vende alla Russia munizioni per i veicoli corazzati in Afghanistan. Anni fa, mentre l’opinione pubblica si agita davanti allo strazio di donne e bambini bruciati dal fosforo bianco americano a Fallujia o israeliano a Gaza, le bombe a grappolo dell’Afghanistan scandalizzano televisioni e giornali e la Simmel censura il suo catalogo on line: spariscono le munizioni proibite. Ma un’inchiesta di Rai News 24 e informazioni delle Ong che tutelano i diritti umani riempiono il vuoto: la produzione continua. Se fosse vero, brivido d’orrore. Perché esistono, sparse nel mondo, 100 milioni di bombe a grappolo inesplose. Vendere fa bene agli affari, ma quale futuro stiamo immaginando? Il silenzio continua, l’Italia non firma.
La responsabilità non può esaurirsi nell’ambiguità dei politici o negli affari d’oro dei dottor Stranamore dell’industria pesante: i sindacati dove sono? Nel 1984 in un dibattito con Luciano Lama, qualcuno ha suggerito di portare in gita nella Beirut appena macinata dai cannoni di Sharon, gli operai dell’Oto Melara. Ieri come oggi Cgil-Cisl-Uil evitavano di collegare il “lavoro che rende liberi” alla libertà che quel lavoro brucia nella vita di popoli lontani. Lama si è arrabbiato: “Convertiremo i carri armati in locomotive, dateci tempo”.
Il tempo passa e alla Simmel di Colleferro nessuno protesta. Nei giorni dei posti perduti, un posto sicuro val bene qualche distrazione.
 Redazione luglio 27th, 2010 | Stampa questo articolo | 
Pubblichiamo un articolo inviato alla Redazione da Guido Guglielmi
Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini
Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, On. Giulia Bongiorno
Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati
A tutti i Deputati
La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.
La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.
Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.
Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12.500 euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.
Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.
Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre
il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati. L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.
Guido Scorza, Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
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Per saperne di più:
Guido Guglielmi
 Redazione luglio 19th, 2010 | Stampa questo articolo | 
Visto che dopo 18 anni qualcuno si prende il disturbo di danneggiare le statue commemorative di Falcone e Borsellino probabilmente no, o per lo meno non abbastanza.
Oggi tuttavia è una giornata molto significativa dove, a nostro avviso, ha molta importanza il ricordo e per questo abbiamo ritenuto opportuno divulgare ancora più di quanto non si sia già fatto un'intervista di Manfredi Borsellino, che parla degli ultimi giorni di vita di suo padre Paolo.

"Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.
Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.
La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.
Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.
Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.
Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.
La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.
Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.
Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.
Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere."
(tratto da www.livesicilia.it)
*( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).
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