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Riportiamo un articolo apparso su Repubblica il 12 Luglio 2010
ROMA – Nella cultura contadina lasciare un frutto sulla pianta al momento del raccolto era considerato un segno di empatia verso la natura, un sottolineare le radici comuni. La modernità ha trasformato questo atto simbolico in uno spreco colossale. In Italia tra il momento in cui pomodori e zucchine abbandonano i campi e quello in cui finiscono nel nostro piatto si butta una quantità di cibo sufficiente a sfamare tutti gli spagnoli. Non solo: si parla di 4mila tonnellate di alimenti acquistati dagli italiani e buttati in discarica ogni giorno, 6 milioni in un anno.
E in questo impegno dissipatorio siamo in buona compagnia. In Gran Bretagna si gettano ogni anno nella spazzatura 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora perfettamente utilizzabile e 10 miliardi di sterline. In Svezia ogni famiglia butta in media il 25 per cento degli alimenti acquistati. Negli Stati Uniti si arriva al 40 per cento. Numeri impressionanti e destinati a salire visto che dal 1974, nel mondo, lo spreco alimentare è aumentato del 50 per cento e continua a crescere. Per invertire questo trend è partita la campagna «Un anno contro lo spreco 2010», ideata da Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell´università di Bologna, e promossa da Last Minute Market con il patrocinio del Parlamento europeo. Gli organizzatori, con il sostegno di Eni e Telecom, premieranno le buone pratiche e organizzeranno a Bruxelles e a Bologna pranzi contro lo spreco basati su un menu prodotto con alimenti di recupero: cibi perfetti sotto il profilo sanitario e organolettico ma in origine destinati alla discarica.
E qualcosa si sta già muovendo in direzione di una correzione di rotta. Da uno degli ospedali di Bologna si recuperano ogni giorno 30 pasti pronti presso la mensa, per un valore complessivo di oltre 35 mila euro all´anno. A Ferrara si recuperano, presso le farmacie comunali, farmaci da banco per 11.300 euro all´anno. A Verona otto mense scolastiche recuperano 8 tonnellate all´anno di prodotto cotto che corrispondono a circa 15 mila pasti. «Vogliamo moltiplicare questi casi positivi in tutta Italia», propone Segrè. «Gli sprechi vengono spesso visti a senso unico, guardando solo attraverso la lente etica. Ma non è dando ai poveri gli avanzi dei ricchi che si può pensare di risolvere squilibri sociali che vanno affrontati con altri strumenti. Lo spreco alimentare è innanzitutto il fallimento del mercato, la negazione della logica dell´efficienza senza la quale l´impatto dell´esistenza umana è destinato a diventare insostenibile. In Italia buttiamo una quantità di cibo sufficiente a sfamare tre quarti della popolazione. È una perversione del sistema produttivo creata da meccanismi che incentivano gli sprechi perché non riconoscono il valore del danno ambientale prodotto e il suo costo per la collettività: ogni tonnellata di rifiuti alimentari genera 4,2 tonnellate di CO2». L´originalità di questa campagna, che verrà presentata mercoledì prossimo nelle sede romana del Parlamento europeo, è riassunta dallo slogan «-Spr+Eco, Formule per non alimentare lo spreco». Uno spreco che riguarda tutte le fasi della filiera alimentare. Nei nostri campi rimane a marcire la stessa quantità di frutta e verdura che consumiamo. La distribuzione al dettaglio butta il cibo sufficiente a fornire tre pasti ai giorno agli abitanti di Genova. L´industria agroalimentare produce sprechi che alimenterebbe il Veneto per un anno.
Oltre a intervenire nel momento della raccolta e della lavorazione, bisogna riorganizzare anche la distribuzione. «Ad esempio», suggerisce Segrè, «quando noi prendiamo uno yogurt da uno scaffale del supermercato e vediamo che scade dopo un paio di giorni lo rimettiamo a posto e ne cerchiamo un altro che dura di più. Così finisce che quel vasetto di yogurt, ancora buono, si trasforma in rifiuto con un danno economico per tutti, perché il costo dello spreco viene caricato sugli altri yogurt. Perché allora non venderlo con uno sconto?»
Eravamo in tanti, a Roma. Ieri, 7 luglio. Tutti sfollati, più di cinquemila. Sveglia all'alba, nelle nostre case di fortuna. E 15 euro il biglietto dell'autobus. E tante automobili private. E il caldo. Il Comune di Roma ci fa scortare lungo l'autostrada, fino a piazza Venezia. E lì ci consegna nelle mani delle forze dell'ordine. Armate fino ai denti e caricate ad arte, di fronte a gente stremata che non immagina neanche lontanamente cosa sia un posto di blocco nel quale i poliziotti hanno ricevuto l'ordine di caricare. Senza guardare in faccia nessuno: donne, bambini, anziani. E gli Aquilani cercano di parlare civilmente. Di contrattare l'ingresso verso palazzo Madama. E invitano i giovani, i nostri giovani, a far cordone per improvvisare una sorta di servizio d'ordine, per scongiurare eventuali tafferugli. Vogliamo arrivare alla Camera e poi al Senato, dove si discute, in finanziaria, della nostra sorte. Chiediamo di ricevere lo stesso trattamento che hanno ricevuto tutti gli altri terremotati. Un governo iniquo ci impone di tornare a pagare tasse e balzelli. Come se nulla ci fosse accaduto. E non mette soldi sulla nostra disgrazia. Per ricostruire case. E vite. Nasconde la verità di una città morta. E, come ha sempre fatto dall'inizio della nostra tragedia, soffoca la ribellione con la violenza. Occulta o manifesta. La prima della protezione civile, sulla nostra stessa terra, ora quella di stato, armata di manganelli. Scaltri, imbottigliano i manifestanti nel primo tratto di via del Corso. Li tolgono dalla visibilità di piazza Venezia. E li picchiano una prima volta. Manganellate e sangue. Ma gli Aquilani non si fanno intimorire. Vedo in prima linea professionisti insospettabili che urlano VERGOGNA alle forze dell'ordine che picchiano. E donne coraggiose. E gli amici dei paesi. E i nostri ragazzi. Accanto ai genitori. Alle mamme. Tutti ad urlare. Ed a sventolare le nostre bandiere nero verdi. Nero, il lutto. Verde, la speranza della rinascita. Davanti a palazzo Grazioli, quando ripieghiamo verso Largo Argentina, altri scontri. Li guardo in faccia quei ragazzi sottopagati per picchiare i disperati. E vedo il mio ex vicino di casa. Mi affacciavo dal terrazzo, quando entrambi avevamo una città, e lo osservavo lavorare nel suo giardino. A volte si fermava a bere una birra, all'ombra di un albero. Lo vedo, ora, preso per un braccio e strattonato da un poliziotto che brandisce il manganello. Lo sta per picchiare. Ma lui urla. E alza le mani. Tutti alziamo le mani. Arrestateci tutti. Siamo noi i delinquenti dei centri sociali.
Pubblichiamo un articolo di Ferruccio Sansa tratto da "Il Fatto Quotidiano" del 30/06/10
Per il progetto di Bellavista, Caltagirone spese quintuplicate
Neanche gli stadi dei Mondiali forse c’erano riusciti: il nuovo porto turistico di Imperia, fortissimamente voluto da Claudio Scajola, sarebbe costato cinque volte più del previsto. È scritto nel documento della Commissione di Vigilanza e Collaudo finito alla Procura di Imperia. “E’ necessario – scrivono i tecnici – osservare che l’ultimo certificato di pagamento emesso stima in 145,8 milioni il costo delle opere marittime, valore assolutamente non congruo rispetto al progetto approvato, il cui costo in fase di progettazione era stato stimato in maniera considerevolmente inferiore (29,3 milioni)”.
La colata di cemento
I riflettori si accendono ancora una volta su quest’opera faraonica: 1.440 posti barca più 117 appartamenti. Il tutto realizzato dall’Acquamare di Francesco Bellavista Caltagirone (non indagato), noto anche per aver partecipato alla cordata Alitalia sponsorizzata dal Governo. L’Acquamare a sua volta detiene il 33 per cento della società Porto di Imperia spa. Un altro terzo è del Comune di Imperia. L’ultima fetta è in mano a imprenditori locali tra cui risultava anche Pietro Isnardi, consuocero di Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro, ma soprattutto suocero di Marco Scajola, fino a pochi mesi fa vicesindaco della città.
Il nuovo scalo è forse la più grande colata di cemento in una Liguria dove i porticcioli – benedetti da centrodestra e centrosinistra – sono stati il cavallo di Troia per milioni di metri cubi di costruzioni. Proprio quel porto di cui Angelo Balducci era stato nominato commissario. E la presenza nella Riviera dei Fiori di uno dei protagonisti delle indagini sulla Cricca sta attirando sul progetto l’attenzione delle procure. Non soltanto di quella imperiese. Gli investigatori stanno valutando molti elementi, “come il mancato svolgimento di gare di evidenza europea”.
Caltagirone, Scajola e Fiorani
Ma il mega-porto, perfino nella Liguria scajolizzata, aveva suscitato perplessità già prima che arrivasse il cemento. Così qualcuno ricorda quel volo in elicottero compiuto nel 2003 per visionare dall’alto le opere. A bordo, oltre a Bellavista Caltagirone, c’erano Scajola e Gianpiero Fiorani che nel cemento ligure sognava di investire cento milioni.
L’episodio, nonostante le inchieste sulle scalate bancarie dell’estate 2005 (Francesco Bellavista Caltagirone partecipò all’operazione Antonveneta attraverso Hopa, ma non fu indagato), fu presto dimenticato. Nel 2006 ecco il taglio del nastro dei cantieri, presenti Scajola e il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Soltanto la Cgil, guidata allora da Claudio Porchia, tentò di sollevare la questione. Scajola replicò: “Caro Porchia, non sei il sindaco di Imperia, sei il capo di un gruppo parassitario che non conta un tubo e non prende un voto”. L’ex ministro si beccò una querela, ma invocò l’immunità parlamentare. Le ruspe andarono avanti, nonostante un’inchiesta per le variazioni in corso d’opera (ammesse dagli stessi costruttori) per un enorme capannone portuale. Una situazione paradossale: per autorizzare la costruzione era necessaria una variante dello stesso comune che è proprietario di un terzo della società. Per non dire dell’ipotesi di una condanna: il Comune rischiava di pagare, attraverso la società, una sanzione a se stesso. Alla fine, però, è giunta la contestata richiesta di archiviazione.
Basta? Neanche per sogno, perché qui si affaccia Balducci. All’inizio del 2008 gli enti pubblici dovevano nominare la Commissione incaricata di verificare la conformità del porticciolo alla concessione demaniale. Bisognava esaminare le opere a mare realizzate, ma soprattutto andavano stabiliti gli oneri che il concessionario doveva pagare allo Stato. Una verifica amministrativa, ma anche contabile, su cui puntavano gli occhi Bellavista Caltagirone e Beatrice Cozzi Parodi (sua compagna e socia, soprannominata “Nostra Signora dei porticcioli”). La prassi, in questi casi, è che si scelga un membro dell’amministrazione. Invece venne designato anche Balducci. Chi lo scelse? Tutti puntano il dito sull’allora sindaco di Imperia, Luigi Sappa (Pdl), vicino a Scajola (è stato poi scelto dal Pdl come presidente della Provincia di Imperia). Balducci venne nominato presidente della Commissione, ma dopo un paio di mesi si dimise.
Intanto i lavori procedevano: nel 2009 ecco l’inaugurazione del molo lungo, presenti Scajola e Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset.
Adesso, però, l’ultima tegola: il parere dei tecnici della Regione Liguria. Che non usano mezzi termini: “Il concessionario non ci ha fornito la documentazione necessaria per svolgere pienamente i propri compiti… nonostante richieste in tal senso siano state espresse e reiterate più volte”. E il documento conclude: “La Commissione ritiene che il comportamento del concessionario costituisca una violazione degli obblighi previsti”. La Commissione così sospende la propria attività chiedendo alle autorità di “valutare l’opportunità di procedere all’avvio del procedimento di decadenza della concessione”. Firmato: ingegner Roberto Boni, il tecnico indicato dalla Giunta Burlando che negli ultimi anni ha mostrato cautele sul progetto.
La concessione e le accuse
Il ritiro della concessione sarebbe un terremoto. La Porto di Imperia Spa replica alle accuse: “Le osservazioni sono incongruenti e fuorvianti, nonché destituite di fondamento. Abbiamo sempre fornito tutte le informazioni utili, l’assistenza necessaria e la massima disponibilità per i controlli a cui la Commissione è tenuta per legge”. E i costi cresciuti di 110 milioni? “L’aumento è dovuto a una maggiore qualità, bellezza e durata dell’opera. La spesa resta a carico della Acquamare, gli enti pubblici non pagheranno un euro”.
Tutti tranquilli? Niente affatto. Giuseppe Zagarella e Paolo Verda, consiglieri comunali del Pd, da anni si oppongono al porticciolo: “Adesso devono essere fornite alla Commissione tutte le carte richieste sulle spese sostenute e la loro fatturazione. La società cui sono rivolte le fatture è partecipata dal Comune. Abbiamo paura che un terzo dei costi aggiuntivi, cioè quasi 40 milioni, possano essere a carico dei cittadini”. Anche di questo si occuperà la Procura.
Nel 1987 il popolo italiano ha di fatto abrogato il nucleare in Italia tramite un referendum (valido con il 50% + 1 dei voti quindi, come sempre si ripete per legittimare il governo, dalla MAGGIORANZA della popolazione). Nel 2010 Berlusconi annuncia che entro il 2013 inizieranno i lavori per il ripristino del nucleare (è di poca importanza il fatto che lui stesso abbia detto che occorrerà, in questi anni che ci separano da quella data, fare opera di convincimento perché gli italiani non sono d’accordo). Non voglio soffermarmi sulle mille polemiche a riguardo e nemmeno sull’inattualità delle centrali in gran parte delle zone italiane a causa del rischio sismico, della maggiore produttività con il minore costo delle energie rinnovabili e naturali (il Sole appartiene al Sole, nessuno ci guadagna ad usarlo), anche se forse sarebbe il caso di lanciare questa volta sì un’opera di convincimento, ma per qualcosa che serva e che non crei problemi ossia, e lo ripeto per l’ennesima volta, le energie rinnovabili. Voglio invece dare un consiglio al governo e ai politici in generale: smettetela di far finta di considerare il popolo sovrano, smettetela di presentarvi come i paladini della libertà e della giustizia, mantenitori dell’ordine per il bene pubblico e rappresentanti di ognuno di noi; toglietevi la maschera e fate quello che fate alla luce del Sole, chiamando le cose con il loro nome e prendendovi le vostre responsabilità: tanto ci sarà sempre un Lodo pronto a coprirvi le spalle, un vizio di forma o un legittimo sospetto/impedimento/non ne ho voglia a disposizione per continuare il vostro lavoro che i cospiratori della cosa pubblica cercano di interrompere. La gente non sa cosa vuol dire governare e non ha nemmeno un minimo di moralità e di etica: se ormai si è deciso di non tenere conto di un referendum poco più che ventenne perché bisogna considerare validi quelli vecchissimi del 1974 e del 1981 sul divorzio e sull’aborto? Sono cose che non stanno né in cielo né in terra, obbligano le persone a comportarsi come gli infedeli, gli amorali, gli atei e gli agnostici e soprattutto rovinano la superficie del nostro nuovo mondo, fondato sull’apparenza, sull’esteriorità e sul pettegolezzo. Molto meglio cancellare tutto ciò e seguire l’esempio di chi da sempre è avanti nelle punizioni del dissenso: come l’arcivescovo brasiliano José Cardoso Sobrinho che nel 2009 ha scomunicato i medici che hanno effettuato un aborto di due gemelli nei confronti di una bambina di 9 anni violentata dal patrigno (che ha confessato di aver abusato di lei da quando aveva 6 anni), tra l’altro in pericolo a causa della gravidanza in giovane età. Un ottimo esempio di intelligenza e apertura mentale.
Pubblichiamo una lettera aperta inviata alla Redazione da Mimmo Bisso, Primo Bonifazio e Paolo Pezzi
Ponzio Pilato se ne lavò le mani, a Diano Marina neanche la faccia ….. se corrisponde al vero che nel mese di maggio, e da metà settembre in avanti, verrà interrotta alla domenica la raccolta dei rifiuti solidi urbani e, per dirla in breve, i cassonetti non saranno vuotati.
Complimenti a tutti membri dell’amministrazione: quello che era da tempo immemorabile un servizio al cittadino efficiente è stato azzoppato; per quale motivo si taglia su uno dei punti di maggior impatto ambientale e di immagine per una cosiddetta città turistica?
Già oggi notiamo insistentemente gli autocarri destinati alla raccolta parcheggiati pieni alle 8,30 del mattino in attesa che rientri la navetta per la discarica,( dov’è il controllo istituzionale e amministrativo?): il servizio è da sempre effettuato nelle prime ore dell’alba, oggi si rasentano le nove mattutine.
Perché, visto che la quota pagata dai cittadini è percentualmente molto alta, per sopperire ad eventuali aggiornamenti del canone con il concessionario non si provvede diversamente dal tagliare il servizio?
Forse le finanze pubbliche, magari troppo allegre, non reggono più e così si taglia a caso, peccato che per soddisfare la megalomania di qualche amministratore sprovveduto oggi si risparmi su qualcosa che reca danno a tutti e per cui si pagano fior di bollette.
Questo e' uno slogan che, nonostante la sua fama garantita dagli spot di una nota casa produttrice di dentifricio, ben si adatta all'argomento che intendo affrontare.
Il concetto che si evince e' banale..la prevenzione risulta sempre la scelta migliore in quanto permette di prevenire problemi prima ancora che questi si siano palesati evitando cosi' di dover fare la conta dei danni successivamente. Ebbene la semplicità e di questo concetto sembra non essere tale di fronte a quanto accade puntualmente nel nostro paese.
Alcuni giorni fa si e' tenuto a Genova il congresso degli ordini regionali dei geologi italiani, si sono affrontati diversi temi tra i quali appunto quello della prevenzione del rischio idrogeologico su di un territorio, il nostro, molto difficile da questo punto di vista. I dati snocciolati durante i vari interventi sono risultati allarmanti: circa il 70% dei comuni italiani sono a rischio alluvione o a rischio frana (in Calabria, Umbria e Valle d'Aosta addirittura il 100%), sul territorio nazionale sono state censite circa 480000 frane tra quiescenti e attive.
In tutto questo lo stato cosa fa? La risposta ci viene fornita ancora una volta dai dati: negli ultimi 30 anni in Italia sono stati spesi circa 100 MILIARDI di euro per far fronte alle emergenze, quando ne sarebbero bastati appena il 45% (circa 45 MILIARDI) per mettere in sicurezza, agendo attraverso metodi PREVENTIVI, l'intero territorio nazionale, al netto di centinaia di morti causate dalla cattiva amministrazione del denaro pubblico.
Ma allora come mai correre il rischio di farsi bacchettare dall'associazione dentisti italiani cui tanto e' caro il tema della prevenzione giocando peraltro con le vite dei propri cittadini?
Correre questo rischio, come e' stato messo in evidenza dalle ultime inchieste della magistratura paga eccome. Lo dimostrano gli affari d'oro dalla “cricca” Balducci-Protezione Civile sugli appalti per il G8 della Maddalena e non solo; affari garantiti proprio dal metodo di assegnazione degli appalti che guarda caso ricadevano sotto la voce EMERGENZA.
In questi casi infatti e' permesso a chi gestisce la situazione d' EMERGENZA di agire in deroga alla legge assegnando gli appalti, ad esempio della ricostruzione dopo una catastrofe, senza alcun tipo di GARA PUBBLICA, da qui le RISATE degli imprenditori la notte del terremoto dell'Aquila che già pregustavano i milioni di euro che avrebbero intascato.
E' facile dunque essere portati a pensare che, nel nostro Paese, prevalga la logica dell' EMERGENZA su quella della PREVENZIONE per un motivo ben preciso che non ha fondamento nella razionalità, nel bene comune ma esclusivamente nella sete di potere e denaro di alcuni.
Pubblichiamo un articolo apparso su RIVIERA24 contenente l'interessante presa di posizione del candidato presidente del centrosinistra per la provincia di Imperia Riccardo Giordano sul tema molto attuale del ritorno all'energia nucleare.
Imperia – Giordano chiede ai sindaci del ponente se sono favorevoli ad ospitare una centrale
A dieci giorni dalla fine della campagna elettorale, il candidato presidente per la Provincia di Imperia, Riccardo Giordano, vuole lanciare una forte provocazione a tutti i sindaci del ponente in relazione alla possibilità di ospitare una centrale nucleare sul loro territorio.
“Ritengo che il nucleare sia qualcosa di sbagliato e inutile – afferma Riccardo Giordano – . Da 30 anni non si costruiscono centrali nucleari e gli italiani sono palesemente contrari all’ipotesi di ospitarne una. Io domando quindi a tutti quegli amministratori pubblici che si dicono sempre e comunque allineati con il pensiero del Ministro alle Attività Produttive, Claudio Scajola, di dichiarare pubblicamente il loro sostegno al nucleare, ma soprattutto la loro disponibilità a far costruire una centrale nel loro Comune. Questo non è un tema che può passare sotto silenzio o essere rimandato.
E’ fin troppo comodo basare una campagna elettorale sugli argomenti graditi alle masse, rimandando le incognite al dopo elezioni.
Il popolo del Ministro Scajola gli è assolutamente devoto. Ebbene, se lo è anche riguardo a questa annosa questione, desidero che lo dichiari pubblicamente, così che gli elettori sappiano cosa implicherebbe la vittoria della destra in Provincia e in Regione”.
Pubblichiamo una lettera aperta inviata alla redazione da Andrea Guglieri e Primo Bonifazio
La Corte Costituzionale con sentenza n. 39 del 2010 ha sciolto ogni dubbio sulla competenza del giudice a decidere sulle cause di rimborso del canone di depurazione delle acque reflue. Sarà il giudice ordinario e non quello tributario, competente a dirimere le controversie. Segnaliamo che da oltre un anno sono giacenti presso il comune di Diano Marina numerose richieste di rimborso, senza che l'amministrazione comunale abbia fornito la minima risposta. Così vengono trattati i cittadini sia dalla maggioranza operante che da quella silente. Ora, non sussistono più alibi, per cui, entro breve tempo, l'amministrazione dovrà provvedere ai rimborsi, avendo avuto tutto il tempo utile per calcolare l'entità delle somme, anche alla luce della nuova normativa. In caso contrario, è prevedibile l'inizio di numerose cause che vedranno l'amministrazione soccombente, con l'aggravio di pesanti spese di giudizio.
Pubblichiamo un articolo che ci è stato gentilmente segnalato da Andrea Agostini
Data di pubblicazione: 9.02.10, La Gazzetta del Mezzogiorno
Autore: Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it
C'è o non c'è ? Mi riferisco all'"effetto serra" sulla cui esistenza si scontrano due vivaci gruppi. Un primo gruppo sostiene che esistono dei mutamenti climatici dovuti all'immissione nell'atmosfera di vari gas, principalmente anidride carbonica, ma anche metano, idrocarburi clorurati e fluorurati e alcuni altri, che sono i sottoprodotti di attività umane e soprattutto di scelte merceologiche: questo gruppo, insomma, sostiene che le attività e le scelte produttive umane compromettono il clima in futuro, ragione per cui è necessario sottoporre a revisione critica i consumi, i processi produttivi, usare le fonti energetiche e le materie prime rinnovabili, eccetera. Esiste poi un altro gruppo che sostiene che i mutamenti climatici che si stanno osservando sono occasionali, che simili mutamenti ci sono sempre stati in passato, che la concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera è cambiata più volte durante la lunga storia geologica della Terra e che non sono le attività di produzione e di consumo di energia e di merci che alterano il clima. Le ricchezze della natura, la scienza e la tecnica sono in grado di risolvere i guasti ambientali, ragione per cui non c'è bisogno di alcun mutamento nell'andamento delle economie nazionali e mondiali.
I due gruppi, a cui partecipano con uguale vigore chimici e giornalisti, fisici e storici, meteorologi e geografi, difendono le rispettive inconciliabili posizioni con ricche citazioni in stizzosi dibattiti fino a reciproche accuse su chi è pagato da chi per sostenere le sue tesi.
Al dibattito sull'effetto serra si affianca quello sull'energia nucleare, di moda da quando, dopo le ultime elezioni nazionali, il nuovo governo ha deciso di avviare un programma di costruzione di varie centrali nucleari. Uno dei due gruppi sostiene che le centrali nucleari producono elettricità costosa, con impianti che alterano il territorio, inquinano durante il funzionamento e lasciano in eredità alle generazioni future scorie radioattive quasi eterne. L'altro gruppo sostiene che l'Italia è rimasta esclusa dall'energia nucleare per colpa dello sciagurato referendum del 1987 che ne fermò l'uso, che le centrali nucleari producono elettricità a basso costo, come dimostra la Francia, che occorre elettricità a basso prezzo per far funzionare le fabbriche e rendere competitiva la produzione italiana di merci e macchinari e che le fonti solari, eoliche e simili mai potranno fornire elettricità come fanno così bene le centrali nucleari. E, infine, questo secondo gruppo sostiene che il programma nucleare governativo fa diminuire le costose importazioni di petrolio e di gas naturale che, bruciando, immettono nell'atmosfera gas con effetto serra. Ma non abbiamo appena detto che l'effetto serra non esiste ? Eppure i due partiti, quello che contesta l'effetto serra e quello che sostiene l'energia nucleare hanno vaste zone e protagonisti comuni.
Non si capisce niente. A me pare che la società contemporanea brancoli nel buio. Ci si augura che diminuiscano le importazioni di petrolio ma si guarda con preoccupazione alla disoccupazione provocata dalla chiusura di alcune raffinerie; ci si augura che diminuiscano i fumi nelle città e la congestione del traffico automobilistico, ma nello stesso tempo si incoraggia, anche grazie a incentivi statali, la produzione e la vendita di automobili che funzionano bruciando prodotti petroliferi.
Ogni giorno aumenta la massa dei rifiuti solidi (ormai 40 milioni di tonnellate all'anno quelli domestici e urbani) e anche qui si contrappongono coloro che chiedono una diminuzione dei consumi e il riciclo dei rifiuti, con quelli che vorrebbero bruciare i rifiuti negli inceneritori o seppellirli nel sottosuolo.
La vita è intessuta di contraddizioni, come aveva detto il filosofo tedesco Hegel: il compito della politica dovrebbe essere proprio il superamento o la conciliazione delle contraddizioni, ma mi sembra che ben poco venga fatto in questo senso. Ci aspettano periodi tempestosi, che possono essere superati soltanto con coraggio e lungimiranza. Quanto all'energia e all'ambiente il mio modesto pensiero è che occorra un piano nazionale, ed europeo, forse globale, ma almeno nazionale, basato su scelte che inevitabilmente sono tecniche ed economiche.
La quantità di energia che occorrerà in futuro, le fonti di energia a cui rivolgersi, l'inquinamento che ne deriverà, dipendono dalla decisione di quello che sarà prodotto per soddisfare bisogni umani, a cominciare da quelli elementari e irrinunciabili: il diritto alla casa, a muoversi e, soprattutto il diritto al lavoro. Si tratta di decidere quali case costruire per chi vive ancora nelle baracche, dove costruirle nel territorio, quali e quante automobili fabbricare, quali e quanti prodotti agricoli produrre nei campi: grano e patate, pomodori e legname, girasoli e olio di oliva.
Per attuare queste decisioni, nell'interesse pubblico, generale, può intervenire soltanto lo stato con i suoi soldi. Un privato ha interessa a costruire quartieri e alberghi di lusso per i ceti abbienti, non certo case per sfrattati e immigrati; un privato guadagna col funzionamento delle eleganti cliniche private, non spende soldi per aggiustare i corridoi e le sale operatorie degli ospedali pubblici; produrre automobili popolari e a basso consumo non rende al privato quanto costruire automobili potenti e lussuose; riciclare i rifiuti non rende quanto incenerirli e immetterli in discariche, e così via. Già oggi lo stato interviene con i suoi soldi, ma per rispondere a domande private che non risolvono i problemi né dell'occupazione, né dell'energia, né della casa per i meno abbienti.
Occorre una svolta perché dalle contraddizioni irrisolte sono travolti proprio i più deboli ed è travolto l'ambiente, con cieli fumosi, colline che franano, fogne che sporcano i mari, rubinetti che non danno acqua; ed è travolto di più il Sud.
Pubblichiamo una lettera aperta inviata alla redazione
E' di dominio pubblico che i partiti di governo P.D.L. e Lega Nord intendono costruire un gran numero di centrali nucleari. Non sanno però dove ubicarle. In questi giorni è apparsa una “brillante iniziativa: “costruiamo la centrale nella zona ex caserma Camandone, così i cittadini dei comuni limitrofi beneficeranno di incentivi.
L'idea, partorita dal GODI, è di quelle di tipo “dirompente”. Infatti, non è certamente consueto lo scenario che scaturirebbe dal connubio tra una delle zone più destinate al turismo fondato sulla qualità dell'ambiente e una delle potenziali fonti di inquinamento più pericolose in assoluto.
Se però pensiamo al tracollo che ha avuto il turismo gestito dall' amministrazione comunale in questi ultimi anni, ci viene il dubbio che l'iniziativa potrebbe avere una sua ragion d'essere: passare da un'economia turistica alla coltivazione dei cactus.
Sarebbe interessante conoscere il parere dei cittadini, dei potenziali turisti e, sopratutto, dei sindaci in carica e di che aspira a governare Diano per la Lega Nord.